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La morte del backpacking?

I giovani non sembrano interessati a questa tradizione dell’outdoor.

Di Christopher Ketcham

DSC_8564Inizio a sentir dire che l’arte del backpacking sta morendo. Di solito il messaggero è una persona più anziana col tono del gentil musone che non riesce a capire perché i dannati ragazzini non sono interessati a trascinare 40 libbre nella natura selvaggia in una marcia forzata giorno dopo giorno attraverso terreni impervi, sotto pioggia e sole, così da bere acqua non imbottigliata, e di provenienza incerta, con una viscida porzione di piscia di castoro e sporco, mangiare brodaglia al crepuscolo, essere attaccati da capo a piedi dagli insetti, essere osservati dai carnivori con occhi scintillanti nell’oscurità e da topi che tramano per uno spuntino energetico, solo per cadere a terra sfiniti dentro un sacco a pelo che velocemente si trasforma (come osservò lo scontroso scriba del deserto ED Abbey) in un unto sacco di scoregge, ed essere svegliati troppo presto, con la crudele frustata del sole che sorge e il canto degli uccelli che rimbalza nei tuoi timpani come un pogo stick.

Steve Allen, che ha 62 anni, una guida e autore di molti manuali, che, se usa correttamente i vari compassi, ti porterà in profondità nei canyon dello Utah e possibilmente anche fuori di lì, dice a me e ai suoi amici – altri brontoloni, all’apparenza – che quasi non vede giovani nelle piste che frequenta. Certo, ci sono delle eccezioni, i pochi gruppi Outward Bound e della National Outdoor Leadership School, e occasionalmente studenti del college che hanno una visione delle vacanze di primavera più audace dell’essere un cammeo da corpo nei video di Girls Gone Wild. “Vediamo soprattutto persone più vecchie nei loro cinquanta e anche sessanta o settant’anni”, dice Allen. E descrive sé stesso, orgogliosamente e quasi con superbia, come facente parte della generazione, i Boomers degli anni ’60 e ’70, che “guidò l’esodo nell’entroterra”.

La sua generazione legge On The Loose del 1967 di Renny Russell. “Fa stare bene dire conosco la Sierra o conosco Point Reyes, scrisse Russell. “Ma ovviamente non li conosci – cosa conosci meglio è te stesso, e Point Reyes e la Sierra hanno aiutato.” Loro leggono anche i libri degli anni sessanta di Colin Fletcher che celebrano il suo backpacking epico: The Thousand Mile Summer (L’estate di mille miglia), The Man Who Walked Through Time (L’uomo che camminò attraverso il tempo) – sul percorrere il Gran Canyon nella sua lunghezza – e Il The Complete Walker (Il camminatore completo), che vendette 500’000 copie, ancora “la bibbia del come-fare del backpacking”, assicura Allen. Magari hanno letto Walt Withman: “Adesso vedo il segreto della formazione delle persone migliori. È crescere all’aria aperta, e mangiare e dormire con la terra.”

“Noi volevamo lasciarci tutto alle spalle”, dice Allen, “per cercare pace e quiete lontano, quando uscivamo dal clangore della società. E lo facevamo.”

The Complete Walker? Non è quello che mia nonna solitamente usava nei suoi ultimi giorni? Questa notizia della morte del backpacking è già gioiosamente accolta dai like, dice, di Steve Casimiro, che dirige il giornale online (più visitato, più elogiato) Adventure Journal , e che sul National Geographic Adventures confessò: “Il backpacking mi lascia indifferente. Magari sono i miei cromosomi della generazione X, ma ho trovato il camminare nel bosco con un pesante zaino non ripagante in adrenalina.”(Nota dell’editore: Casimiro scrisse questo in una recensione del 2003 di scarpe usate nel fastpacking. Casimiro spesso elogia gli sport ad alta adrenalina, e ora dice che non nota un declino nel backpacking, e nemmeno sarebbe contento se fosse in declino).

DSC_1060Mi pongo domande riguardo questi cromosomi evoluti, essendo della generazione X io stesso. Soprattutto, mi preoccupa l’idea di diventare un backpacker brontolone. Sono appena arrivato ai 40, e ogni anno vado backpacking alcune settimane per volta, di solito in solitudine. Perché? Perché mi piace stare da solo, ma anche perché spesso trovo che gli amici della mia età non si unirebbero al misero divertimento.

Anche nel Moab, Utah – la cosiddetta “Capitale Mondiale dell’Avventura” – dove ero solito vivere e dove ritorno ogni anno per un mese o più per perlustrare sotto i colpi del sole il deserto roccioso, trovo che quasi nessuno di quelli che conosco, che sono quarantenni o più giovani, vanno backpacking. È una sorta di colpo al cuore. Il problema potrebbe essere di marketing. Il backpacking non richiede molta attrezzatura (meno è meglio è) o esperienza (perché fidarsi degli esperti?), e, se lo fai bene, offre pochi pericoli (cosa che preferisco). Chi vuole fare affari un una cosa simile? Non ci son soldi dentro.

Un altro mio amico – ben educato, ben istruito, alla fine dei suoi quarant’anni, ma di fatto senza casa, senza macchina, un autostoppista incallito, un lavoratore itinerante tra Colorado e Utah che passa almeno 200 giorni l’anno facendo backpacking tra i canyon – mi dice che anche lui non può trovare compagni di backpacking. Al posto loro, incontra “Gearheads” – persone che vedono l’outdoor come una arena per dispiegare gli ultimi giocattoli tecnologici, come mountain bike che pedalano per te, moschettoni che parlano, o apps per entrambi. Ovvero, persone che passano tanto tempo accarezzando, dando nomi, oliando, dormendo e giocando con oggetti inanimati, come è pubblicizzato che dovrebbero fare nella “Capitale dell’Avventura”. Poi, dopo l’avventura, tornano in varie case con le masse, come la tenda a doppia dimensione presso il fiume, col frigo pieno di birra e il fornello a gas che bruciacchia carne, o al Motel 6 o al Best Western, con l’aria condizionata e la TV che chiacchierano tra loro, come promesso nei cartelloni pubblicitari fuori città.

Prova aneddotica, lo so, ma è rafforzata dagli esperti che fanno le statistiche di attività ricreative all’aperto. Chris Doyle, direttore esecutivo dell’Adventure Travel Trade Association, descrive “un trend ben conosciuto” nella vendita di equipaggiamento per outdoor, in cui i day-packs sono una fetta sempre crescente del mercato degli zaini mentre gli zaini tecnici per chi anche dorme fuori sono una percentuale in declino del totale. “Lo stesso è vero per i pesanti scarponi da lunghi viaggi contro gli scarponcini leggeri”, dice Doyle. “Questo fa tutto parte di un andamento verso il “Fatto in un giorno” che riflette il continuo interesse dei consumatori per le avventure all’aria aperta, ma preferiscono essere nel loro letto, o in un altro posto confortevole (hotel o casa), durante la notte”.

A Moab ho notato il tipo di attività da branco che non solo stimola le ghiandole dell’adrenalina, ma anche tiene il branco unito nel paese per intrattenimento, offre una pila di cose meccaniche e costose per acquisto o manutenzione (gloria ai rivenditori, i profitti sono saliti), e che possibilmente richiedono il servizio di quanti professionisti pagati è possibile (più denaro che passa di mano). Pensa all’arrampicata, al canyoneering, alla mountain bike, gruppi guidati di hiking, al rafting in corrente sul “Moab’s Daily”, il soprannome di un tratto del fiume Colorado conveniente che deve essere uno dei tratti adatti al rafting più affollati del West. Estrema “Avventura” è certamente arrivare in alto, dosare la dopamina, il neurotrasmettitore del piacere. Questo è il modello di comportamento di drogati, ubriaconi e giocatori d’azzardo.

La relazione adrenalinizzata col mondo naturale è anche una esperienza di conquista umana – la patologia dei peakbagger. Ironicamente, non è così diversa dalla mentalità oscurantista della contabilità aziendale: quante cime hai scavalcato? Quante piste estreme hai conquistato? Più veloce, di più. E Casimiro riceve sempre la ricompensa dell’adrenalina – non dissimile dalla ricompensa monetaria ricercata dai capitalisti.

Ronni Egan, che ha 67 anni e l’estate scorsa è andato backpacking nelle San Juan Mountains in Colorado, con Steve Allen, mi dice che “il backpacking sta morendo” perché i giovani sono diffidenti del poco affascinate lavoro necessario a fare un passo fuori da un pavimento, e troppo occupati con la facilità data da TV, Play Station, X-Box, Facebook, smartphone e “ogni altra cosa con uno schermo elettronico”, assieme agli sport organizzati e alle attività preparate, che includono a palestra, lo shopping e il “tradimento da centro commerciale”.

Di nuovo backpackers come Egan ovviamente piangono le conseguenze della morte o declino o quello che gli pare. Ma l’argomento è più serio di così. Credo che la nostra civilizzazione del ventunesimo secolo mancherà del radicale incontro col non-umano: l’esperienza viscerale di giornate solitarie nella natura selvaggia, in sistemi naturali vasti e complessi non controllati dagli umani, non completamente sistemati per la comodità umana, non feriti dal rumore umano. Questo importa più che mai quando il nostro sistema naturale, su scala planetaria, appare in piena ribellione contro l’umana comodità.

La miglior cosa che possiamo fare per mantenere vivo il nostro modo di godere la natura è Andare backpacking. Mostrare questo e celebrarlo, “non come un mero sport o una escursione per gioco”, Come avvisa John Miur, “ma per trovare la legge che governa le relazioni che sussistono tra gli umani e la natura”. O, come scrisse Abbey: “Siamo impegnati, le mie gambe ed io; non c’è via di ritorno. Indosso lo zaino, riesumo i miei scarponcini, l’avanzare passo dopo passo in… un infinito regresso. … sono la tartaruga”.

Di Christopher Ketchamper, per High Country News.

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